Spesso ci sentiamo attratti verso una persona, come una calamita viene attratta dal suo magnete.
Più l’attrazione è intensa, più è probabile che stiamo riconoscendo uno schema familiare che il nostro sistema emotivo conosce bene e che, proprio perché familiare, viene vissuto come sicuro.
Ad esempio, una madre critica può orientare inconsapevolmente verso partner svalutanti. Non perché facciano stare bene, ma perché riproducono un clima emotivo già noto. Quando sono questi schemi a guidare la scelta del partner, la relazione tende ad assumere i connotati della cosiddetta relazione tossica, tanto narrata: una relazione in cui non sono le parti adulte a incontrarsi, ma le ferite.
L’innamoramento magnetico nasce proprio qui: è il momento in cui il bambino interiore dell’uno si connette con il bambino interiore dell’altro.

Un esempio emblematico di relazione governata dagli schemi è la dinamica con una personalità a funzionamento narcisistico (intesa come modalità relazionale, non come etichetta diagnostica).
In una prima fase, il narcisista idealizza l’altro: fa di tutto per farlo sentire speciale, unico, indispensabile. Anche la sessualità può essere utilizzata come strumento di legame e fusione.
Quando l’altro si è legato emotivamente, può iniziare la fase di svalutazione. La persona inizia a sentirsi confusa, sbagliata, inadeguata, e cerca di capire cosa abbia fatto di sbagliato per recuperare la connessione iniziale.
In realtà, da entrambe le parti è presente una ferita profonda.
Il narcisista ha imparato precocemente a distanziarsi emotivamente per non sentire il dolore. Quando percepisce l’innamoramento e il bisogno dell’altro, questo lo spaventa e lo irrita: l’intimità riattiva il vuoto che ha imparato a evitare. Per proteggersi, prende distanza, si raffredda, svaluta.
Secondo E.M. Secci, il narcisista non ha un Sé stabile: non si è sentito visto per ciò che era. Il valore personale è legato all’apparire: “Io valgo se sono ammirato”.
L’altro, nella relazione, diventa principalmente uno specchio per l’autostima. Non viene realmente incontrato come soggetto, ma utilizzato come riflesso.
Quando l’altro inizia a chiedere reciprocità, autenticità e presenza, diventa minaccioso: l’intimità espone al vuoto, e il vuoto riattiva vergogna e senso di fragilità.
Il narcisista ama finché non è visto e fugge quando rischia di essere incontrato. Il suo raffreddamento emotivo è una difesa dalla vergogna, non un atto di crudeltà.
Spesso il narcisista incontra una persona con funzionamento ecoista. L’ecoista si offre come specchio: anticipa i bisogni dell’altro, si adatta, non chiede, non pone limiti.
In questi casi non si ama “troppo” il narcisista. Molto spesso non ci si è mai potuti amare abbastanza.
La relazione regge finché l’incastro funziona: uno cerca uno specchio, l’altro si rende specchio. Ma entrambi restano emotivamente soli.
Queste dinamiche, ovviamente, non vanno lette in termini di colpa o patologia individuale. Il nodo centrale è, infatti, lo schema relazionale che guida l’incontro. Finché è il bambino ferito a scegliere, l’attrazione sarà intensa, magnetica, ma non nutriente.
Il lavoro terapeutico consiste nel riportare l’adulto nella relazione, interrompere la ripetizione e riconoscere ciò che è familiare… senza continuare a scambiarlo per amore.