Jan. 26, 2026 17

Quando lo schema di inadeguatezza domina la nostra vita

Non sappiamo davvero chi siamo perché, molto spesso, non abbiamo mai potuto esprimerci spontaneamente né rispecchiarci nello sguardo di qualcuno che ci vedesse e ci accettasse per ciò che siamo.
L’identità si costruisce nel rispecchiamento: senza quello sguardo che accoglie, il bambino impara presto che alcune parti di sé non sono benvenute.

Ecco come nasce la famosa ferita: un senso profondo di inadeguatezza, di non essere degni d’amore così come si è.

Quando, poi, da adulti sperimentiamo quell’attrazione magnetica verso qualcuno, quella sensazione viscerale, quel famoso colpo di fulmine, spesso altro non è che la risonanza delle rispettive ferite.
L’innamoramento è l’incontro tra il bambino interiore dell’uno e quello dell’altro.

La relazione evolvendosi diventa una cassa di risonanza che amplifica gli schemi profondi di ciascuno. Quell’attrazione profonda per il partner risiede proprio nella sua capacità di attivare la nostra ferita originaria. È così che molte relazioni, nel tempo, si trasformano in relazioni tossiche.

Ma facciamo un attimo un passo indietro. Il bambino che avverte minaccia o dolore emotivo deve trovare un modo per sopravvivere, all’interno della famiglia. Non potendo fuggire né cambiare il contesto, impara a gestire ciò che sente.
Così nascono e si sviluppano strategie di coping volte a evitare la riattivazione della ferita.

Queste modalità, inizialmente adattive, si cristallizzano nel tempo e diventano, in età adulta, automatiche e rigide. La ferita, tenuta a bada con questa modalità disfunzionale, non ha modo di risolversi, al contrario continua la sua estensione.

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Le principali strategie di coping sono tre: evitamento, ipercompensazione e resa.

Nell’evitamento, la persona mette in atto strategie per sfuggire al senso di inadeguatezza e alla vergogna.
Può evitare contesti nuovi, relazioni intime o dedicarsi in modo totalizzante al lavoro, allo sport, al fare.

L’attenzione viene concentrata solo su alcune aree della vita, mentre pensieri ed emozioni legati allo schema vengono esclusi. Questa strategia si rinforza perché l’evitamento sembra confermare la ferita: “Se evito è perché non sono all’altezza, quindi faccio bene a evitare”. Ma l’essere umano è fatto per sentire. Nel tempo, l’anestesia emotiva si trasforma in vuoto, noia e disconnessione. Il dolore non scompare: cambia forma.

Nell’ipercompensazione si reagisce facendo l’opposto di ciò che si è sentito da bambini.
È un tentativo di convincere sé stessi e gli altri di avere valore: un grido silenzioso che dice “Non sono inadeguato!”.

È come il bambino che, sentendosi piccolo, sale su una sedia per sembrare più alto: “Guardatemi, valgo”.
Sport, successo, performance possono diventare maschere che nascondono la ferita, offrendo l’illusione di sentirsi speciali. La corazza sembra proteggerci, ma in realtà ci isola. Per non tornare nella posizione fragile del bambino, ci si rifugia in ruoli di controllo, forza o superiorità, rimanendo però profondamente soli.

Nella resa non si evita né si combatte lo schema: ci si arrende ad esso.
Si pensa, si sente e si agisce come se l’inadeguatezza fosse una verità definitiva: “Non merito amore”.

In modo inconsapevole, si scelgono relazioni e situazioni familiari, che riproducono le stesse emozioni vissute nell’infanzia. Nelle relazioni questo si traduce in frasi interiori come:“Se chiedo di più e me ne vado, l’altro mi disprezzerà. Meglio adeguarmi”. La parte bambina resta in attesa di un risarcimento affettivo che viene cercato proprio nelle persone simili a chi ha generato la ferita. Così il passato si ripete, nella speranza di un esito diverso.

A queste strategie si affianca spesso l’uso di pensieri ripetitivi per gestire il dolore emotivo.
Si tratta di processi cognitivi perseveranti che hanno lo scopo di regolare emozioni intollerabili, ma che finiscono per mantenerle vive. Le principali forme sono la ruminazione (rivolta al passato) e il rimuginio (rivolto al futuro).

La ruminazione consiste nel ripensare continuamente a ciò che è accaduto, cercando colpe e spiegazioni. Il tentativo è di placare le emozioni dolorose, in realtà amplifica la percezione di rabbia e autocritica.
Spostando l’attenzione dalla ferita al fatto esterno, il meccanismo diventa: “Se non fosse successo starei bene”, invece di “Questo ha toccato una ferita che chiede cura” e impedendo quindi, di toccare il fondo, e capire come prendersi cura di se stessi. Il rimuginio, invece, tenta di prevenire il dolore anticipando scenari catastrofici, illudendosi di poter controllare il futuro. In entrambi i casi, il pensiero ripetitivo evita il contatto diretto con il dolore emotivo e con il bambino interiore.

Il cambiamento inizia aumentando la consapevolezza della spinta automatica a pensare in modo ripetitivo.
Fermarsi. Creare uno spazio. Osservare cosa accade nella mente senza intervenire.

Assumere una posizione di osservatore del pensiero permette di regolare l’attivazione emotiva senza anestetizzarla.
Infine, significa contattare le parti sane di noi: una parte adulta capace di sentire il dolore, restare in relazione con esso e prendersene cura, senza ricorrere a strategie di fuga o controllo.

È qui che la ferita smette di guidare la vita ed è qui che, finalmente, può iniziare un’altra storia, in cui sia finalmente la nostra anima e la nostra essenza ad emergere.